Da COLLOQUI SULLA POESIA - ISABELLA VINCENTINI

“Le ultime tendenze” intervento di Mario Lunetta :
Per un’ipotesi di scrittura materialistica (tra allegoria e contraddizioni)

Pagine 115 e 120

 

 

  • Pagina 115 - Uno schieramento inter – generazionale nuovo (M Lunetta)

Nello schieramento che fa capo all’ipotesi di “scrittura materialistica” si riconoscono una bella serie di autori di varie generazioni. Per citarne solo alcuni, farò i nomi di Paolo Guzzi, di Francesco Paolo Memmo, di Stefano Docimo, di Lello Voce, di Tommaso Ottonieri, di Mariano Bàino, di Biagio Cepollaro, di Marcello Frixione, di Gabriele Frasca, di Renzo Chiapperini... Ometto di ricordare i nomi e l’operatività di scrittori e poeti che, pur in piena attività, sono ormai storia della nostra letteratura del secondo Novecento... Ma credo sia giusto nominare almeno due grandi sperimentatori come Emilio Villa e Edoardo Cacciatore, capostipiti di quella “tradizione del nuovo” che non è mai morta nella paludosa arcadia italiana, e che in questi anni dà segni molto interessanti e molto vivi di risveglio...

In particolare, visto che su di loro è centrata l’attenzione del mio interverto critico di oggi, non esiterei a considerare come naturalmente connessi con l’ipotesi allegorico- materialistica tre poeti della contraddizione dalla forte personalità come Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani e Anna Malfaiera. I primi due sono ormai ampiamente storicizzati, e risultano come punti di riferimento molto importanti nel panorama della nostra scrittura creativa e critica. La terza, che è tra le migliori poetesse italiane di questi anni, persegue un suo tracciato appartato e acuminatissimo, che è doveroso valorizzare anche nei confronti di un pubblico vasto.

 

  • Pagina 120 - 5. Una poesia disseminata e compatta: Anna Malfaiera (M. Lunetta)

Anna Malfaiera tratta il soggetto secondo un’ottica duplice, al tempo stesso disseminata e compatta. Da una parte si affida al distanziamento, dall’altra alla decostruzione straniata. L’ego soggettivo (e protagonista), il vissuto che alimentano costantemente i testi della poetessa marchigiana non sono mai resi celebrativamente, in termini immediati e spontaneistici, lirico-domestici o lirico-enfatici, ma pressoché sempre raggelati, direi solidificati entro una sorta di meccanismo durissimo, di gabbia ferrea e petrosa. Anche sul piano del disegno spaziale e formale sulla pagina tendono a configurarsi come piccoli fortilizi molto catafratti. Il verso lungo della Malfaiera è un verso discorsivo e spesso nutrito di pòlemos proprio nei confronti di quel pathos che preme all’interno dei suoi munitissimi valli. Un verso lungo, tutto franto dentro, nelle sue salde giunture, nei suoi nervi tesi, che non concede un’unghia all’elegia o al sentimentalismo e invece riafferma una passione contratta delimitandone i confini con grande energia espressiva. Si potrebbe così dire che Anna Malfaiera usa in senso filosofico la propria soggettività. Ne prende appunto le distanze, come poco fa dicevo, la blocca in una sorta di scafandro sintattico arduo e strenuo, che genera una fortissima drammaticità interna al suo discorso contraddicendone sistematicamente le premesse logiche. Non c’è quindi un grido nella Malfaiera, ma piuttosto una sequenza di urli soffocati, di invettive sorde, di violenza fatte molto spesso anche contro se stessa. Mai un’esplosione in termini clamorosi, mai un apice che s’impenni violentemente, ma una lunga, faticosa e ardente tenuta di tono basso, come se le pulsioni robuste della psiche dovessero essere sempre frenate o mantenute al guinzaglio da una logica stringente e paradossale. che è la caratteristica più rilevante di questa poetessa di linea per così dire neoleopardiana, se mi si passa il termine. Questo processo problematico è visibile soprattutto a partire da un libro come Il vantaggio privato del 1970 e Lo stato d’emergenza del 1971; e, in termini e modi di autentica originalità espressiva, dai testi raccolti in un libro come Verso l’imperfetto, uscito nel 1984 e prefatto con molta adesione da Alfredo Giuliani.